Pace per Gerusalemme ONLUS | Mudhakkirat imrah ghair waqi‘ iyah, di Sahar Khalifah
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Mudhakkirat imrah ghair waqi‘ iyah, di Sahar Khalifah

12 Lug Mudhakkirat imrah ghair waqi‘ iyah, di Sahar Khalifah

Mudhakkirat imrah ghair waqi‘ iyah, (Memorie di una donna non realista); Titolo ed. italiana La svergognata, Giunti 1986

a cura di Patricia Salomoni

“Ero la figlia dell’ispettore. Tale rimasi fino a quando non mi sposai e divenni la moglie desahar-khalifal commerciante. A volte ero l’una e l’altra”. Comincia così il diario dell’identità rubata di una donna palestinese, scritto e pubblicato nel 1986 da Sahar Khalifah, tradotto in italiano con il titolo infelice “La svergognata”. Non si tratta di un diario, secondo gli stilemi consueti, quanto piuttosto di una narrazione in prima persona, scandita da giorni sempre uguali trascorsi in solitudine tra reminiscenze del passato e angosce del presente, unica compagna una gatta con la quale Afaf, la protagonista, spesso si identifica pur invidiando all’animale una libertà che lei non possiede.

“Tutta la mia vita è trascorsa davanti a uno specchio. Il mio specchio, mio amico e custode dei miei segreti. Se piangevo e mi lamentavo, lo facevo con lui. Se amavo qualcuno, gli domandavo il suo parere” p.37. Attraverso di esso Afaf riflette la sua vita, la analizza in un crescendo ossessivo che rasenta la follia. I pochi privilegi propri della sua condizione sociale borghese, il diploma di maturità e la passione per la pittura, che l’avevano resa libera di sognare, si erano presto scontrati con le convenzioni di una società patriarcale e con l’impossibilità di contrastare il ruolo che la donna deve interpretare per tutta la vita.

Il punto di non ritorno era stato un bigliettino sul quale era scritto “ti amo”, destinato ad un amore adolescenziale che la famiglia aveva scoperto fra le pagine di un catalogo d’arte. A cosa erano servite la bellezza, la giovinezza, gli studi davanti a quell’accusa: “Sei una svergognata!”? All’accusa avevano fatto seguito un fidanzamento e un matrimonio combinati con un uomo che lei non amava e l’abbandono del proprio paese per seguire il marito che la umiliava e la disprezzava.

Il matrimonio, la solitudine e l’esilio che altro possono provocare in un essere umano, fatto di carne e sangue, se non la pazzia? Nella prima parte del racconto, la scrittura incalzante, senza soluzione di continuità fra passato e presente riflette un’anima prigioniera che anela la libertà e solo dopo essere giunta ai limiti della disperazione trova il coraggio di esprimere una richiesta al marito/padrone: ritornare da sola in Cisgiordania con l’illusione di tornare alle origini, vincendo le paure che, dopo anni di privazione della propria autonomia, riaffiorano e minacciano di riportarla indietro.

Ma nella Palecopertinastina, occupata dall’esercito israeliano, solo apparentemente tutto è rimasto come prima: “le donne raccontano le stesse storie, i volti non sono cambiati, le stesse facce, lo stesso caffè  al cardamomo, lo stesso sparlare della gente e le stesse futili storie…” p. 147, ma non una sola famiglia è rimasta unita: come delle collane tutte si sono sfilate. Per le donne il cammino è ancora lungo, la rivolta contro l’occupazione non apre significativi spazi di libertà. Nawal, l’amica ritrovata, coinvolta nella militanza politica svela ad Afaf la possibilità di un riscatto: “Afaf è parte della rivoluzione della donna palestinese e questa è parte della rivoluzione palestinese che a sua volta è parte della rivoluzione mondiale” p. 104.

Tuttavia la frase pronunciata da una vicina di casa: “La ncopertina1ostra terra o il nostro onore? Decidetelo voi, signore mie” mette a fuoco la condizione di quelle donne che, pur partecipando alla rivolta, devono affrontare rinunce e non vedono ancora il pieno riconoscimento dei propri diritti da parte di uomini ancorati ad una doppia morale in una società non aperta. Il viaggio a ritroso nell’infanzia, la visita alla madre e l’incontro deludente con l’amore di un tempo la aiutano a comprendere che la sua capacità di evadere e vivere in una dimensione interiore le era stata nociva. Dopo il divorzio e la ricerca di un lavoro è pronta a ricostruire la propria vita verso una maggiore indipendenza, seppure con qualche amarezza, consapevole che “Ogni veliero deve fare il suo viaggio. Per ogni viaggio c’è una vela. E per ogni vela un colpo di vento. Il vento cambia continuamente di direzione. E ciò che spinge un veliero verso il nord, spinge gli altri verso il sud. Ciò che spinge la gente verso ovest, poi la obbligherà ad andare verso est. Tuttavia ciò che lasciamo sulla roccia serve a rendere più sicura la bussola di chi è incerto” p. 137.

 

Nota biografica

Sahar Khalifah è nata nel 1941 a Nablus in Cisgiordania; sposata e divorziata, nel 1980 lascia la Palestina e si trasferisce negli Stati Uniti per proseguire negli studi e preparare la tesi di dottorato. Entra in contatto con i movimenti femministi locali e, al suo ritorno in Cisgiordania, crea un “Centro studi sulle donne” con una sede a Nablus e un’altra a Gaza. La svergognata contiene alcuni elementi autobiografici che s’intrecciano al tema della condizione femminile. Tra gli altri suoi romanzi si possono ricordare Terra di fichi d’India, I girasoli, La porta della piazza.